Home Economia Circolare PERCHÉ RIPARARE È UN DIRITTO. LO DICE L’UNIONE EUROPEA

PERCHÉ RIPARARE È UN DIRITTO. LO DICE L’UNIONE EUROPEA

Scritto da Redazione Sapi

L’Unione Europea sta sempre più ampliando le norme che definiscono il nuovo diritto alla riparazione per il consumatore, un diritto destinato ad esercitare un forte impatto sul settore dei prodotti hi-tech, tra cui smartphone, tablet e computer. Si tratta di norme volte a permettere ai possessori di far aggiustare i loro prodotti in maniera più semplice, allungandone così il ciclo di vita ed evitando che vadano a finire subito in discarica, come rifiuti speciali dai costi di smaltimento molto elevati. L’Unione Europea aveva già introdotto lo scorso anno il “diritto alla riparazione” per elettrodomestici come televisori e lavatrici, ma ora l’intenzione è di espandersi verso altri settori di consumo.

Lo prevede il Piano d’azione della Commissione Europea, varato a marzo 2020, che assegna alla stessa Commissione il compito di avanzare proposte legislative e regolamentari nel 2020 e nel 2021 nell’ambito delle strategie industriali della Ue.

Se confermato, i produttori avranno l’obbligo, per ogni oggetto e nuova versione di esso, di garantire la disponibilità dei pezzi di ricambio per almeno sette-dieci anni. In pratica potrebbe essere la fine di un’epoca: quella dell’obsolescenza programmata. Una filosofia mai ammessa dalle aziende, ma entrata ormai definitivamente nella convinzione comune di tutti i cittadini. Una filosofia che si chiama economia circolare, e che ha tra i suoi primi principi ispiratori l’allungamento della vita utile dei prodotti, grazie alla loro manutenzione e riparazione.

Del resto Walter R. Stahel, architetto svizzero considerato uno dei padri dell’economia circolare e delle teorie sulla sostenibilità a partire dagli anni Settanta, attorno al concetto di efficienza ha elaborato una serie di enunciati che possono essere sintetizzati così: “Non riparare le cose che non sono rotte, non ricondizionare le cose che possono essere riparate, non riciclare le cose che possono essere ricondizionate”. In sostanza, più il prodotto rimane vicino a come è stato fabbricato, maggiore sarà il guadagno in termini sia di valore ambientale che di rendimento economico. Stahel lo ha chiamato “principio di inerzia”, e lo ha indicato come fondamento di un modo di produrre e consumare che tutela l’ambiente.

Ogni anno finiscono in discarica oltre cinquanta milioni di tonnellate di e-waste, i rifiuti tecnologici del mondo ed entro il 2050, se si continua di questo passo, potrebbero essere oltre cento, fino a centoventi milioni di tonnellate. Un peso insostenibile per il Pianeta, di cui Europa e Stati Uniti sono i maggiori responsabili con una produzione di rifiuti elettrici ed elettronici pari a 19 chili pro capite l’anno.

Le nuove regole che la Ue metterà in campo vanno dai nuovi limiti all’obsolescenza prematura e al monouso dei prodotti all’introduzione di un espresso divieto di distruzione di beni durevoli invenduti. Si va dal riconoscimento pieno del diritto alla riparazione con regole per i telefoni mobili, tablet e laptop, carica batterie per telefoni e dispositivi elettronici simili, a un nuovo regime europeo per la restituzione o la vendita di vecchi telefoni cellulari.

(a cura di Italia Circolare)

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